Il tintinnio delle tazze, il vocio costante e avvolgente, il brontolio della macchina sempre in funzione e quell’inconfondibile profumo, pungente e casalingo, di caffè.
I bar che popolano le strade delle nostre città, dalle metropoli ai paesi di montagna, sono tutti diversi e al contempo sorprendentemente simili. «Il bar italiano è una terra di nessuno e di tutti, a metà tra il tempo libero e l’attività professionale»; con la sua innata chiarezza, Umberto Eco ha saputo raccontare l’eccezionalità di questi luoghi che ancora oggi, nell’era digitale dell’uniformazione, sono custodi di una delle esperienze italiane più autentiche e longeve. Dall’etimologia incerta e le origini lontane, il bar come lo conosciamo oggi affonda le sue radici nella “taberna” dell’Antica Roma, una delle prime attività di ristorazione aperta su strada che somministrava cibo e bevande a viandanti e forestieri. Ma è solo nel XVI secolo con l’assedio di Vienna che gli ottomani introdurranno in Europa l’elisir eccitante dall’aroma intenso che, proprio in Italia, nei secoli successivi ha avuto la sua massima diffusione e popolarità.
Dai primi caffè italiani all’espresso: innovazione e design
È il 1720 quando a Venezia inaugura il Caffè Florian, primo caffè italiano e progenitore del moderno bar, a cui seguiranno il Pedrocchi di Padova (1722) – conosciuto come il “caffè senza porte” -, il Gilli a Firenze (1733), il Caffè degli Specchi a Trieste (1837), il Gambrinus di Napoli (1860) e tantissimi altri. Complice l’invenzione rivoluzionaria di un imprenditore torinese, Angelo Moriondo, che nel 1884 presentò al mondo la prima macchina per il caffè espresso, capace di preparare 300 tazze di caffè in un’ora contro i cinque minuti di attesa che richiedevano le vecchie caffettiere tradizionali.La vera rivoluzione avviene però nel Novecento, a cavallo tra le due Guerre Mondiali, quando i caffè vengono soppiantati dal neonato concetto di bar, un nuovo luogo di aggregazione, popolare e democratico.
Se intorno al suo nome aleggia ancora una nuvola di mistero – c’è chi sostiene che derivi dalla parola inglese “barrier”, la sbarra che nelle taverne delle colonie sudamericane divideva la zone in cui venivano serviti gli alcolici dal resto del locale, chi dalle barre in ottone che caratterizzavano i primi banconi dei bar italiani, mentre per altri si tratta di un acronimo di “Banco A Ristoro” – i motivi del suo successo in patria e all’estero sono ben noti.
Da una parte la sua conformazione estetica e funzionale che nel corso del XX secolo si è intrecciata più volte con la storia del design industriale e di interni e le più innovative ricerche in termini di materiali e nuove tecnologie; ne è un esempio l’azienda italiana IFI che nel 1968 ha lanciato il primo bancone da bar industriale che con compattezza e modularità garantiva la massima rapidità ed efficienza delle prestazioni.
Dall’altra tutti quei gesti e quelle consuetudini che nei decenni si sono consolidate fino a diventare un simbolo dell’italianità nel mondo: il caffè espresso bevuto al banco o le rilassanti soste ai tavolini che popolano le piazze italiane da nord a sud, i saluti di circostanza con gli avventori di passaggio o le lunghe chiacchiere con gli amici di sempre.
I bar come luoghi di cultura, socialità e comunità
Perché i nostri bar hanno a lungo assolto un ruolo sociale, aggregativo, di svago e anche culturale se si pensa al Bar Jamaica, che a Milano ha fatto da casa a illustri intellettuali e artisti come Antonio Recalcati, Ugo Mulas e Allen Ginsberg, o al Rosati, il celebre bar di Piazza del Popolo a Roma dove nel secondo dopoguerra si poteva bere un espresso spalla a spalla con Alberto Moravia, Elsa Morante e poi Fellini, Pasolini e Calvino.
Ma è fuori dai grandi centri cittadini dove i cosiddetti “bar di paese” o “di quartiere” hanno avuto un maggiore impatto sulle comunità locali.
A partire dagli anni Sessanta, quando la televisione non era ancora entrata nelle case di tutte le famiglie italiane, erano i bar a trasmettere partite di calcio – i famosi Bar-Sport – e altri programmi di intrattenimento, mentre tra i tavoli ci si passava quotidiani e riviste di ogni genere, si giocava a carte e si discuteva di lavoro e politica. Fu proprio il senso di comunità che trasmettevano i bar all’italiana a ispirare l’imprenditore americano Howard Schultz che, con la sua catena di caffetterie Starbucks, mirava a esportare nel mondo questa atmosfera conviviale e rilassata diventata iconica grazie al contributo di film come Amici Miei (1975) di Monicelli con l’indimenticabile Bar Necchi, e di location glamour e folcloristiche al tempo stesso come la rinomata Piazzetta di Capri, conosciuta anche come “il salotto del mondo” per via della sua variopinta clientela: principi dei regni del Nord, attori italiani e stranieri, miliardari e tanta gente comune.
Bar italiani tra arte, mixology e social media
Anche fotografi internazionali come Ellior Erwitt, Robert Capa e Ferdinando Scianna hanno subito il fascino di questi luoghi brulicanti di vita trasformando storie da bar in scatti d’autore, molti dei quali sono stati raccolti nella mostra Bar Stories on Camera, realizzata da Camera Torino in collaborazione con Magnum Photos e Galleria Campari.
Oltre un secolo di storia, arte e cultura sono condensati in questi scatti: dai momenti concitati all’indomani del referendum dell’approvazione della legge sul divorzio nel 1974 all’iconico stile liberty del Caffè Camparino in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, ritratto da Bruno Barbey, e i bozzetti originali realizzati dal maestro del Futurismo Fortunato Depero per i menù e le campagne pubblicitarie di Campari.
I bar italiani non solo rappresentano un pezzo di storia recente del nostro paese, ma ne hanno in parte plasmato le abitudini di consumo dalla colazione all’aperitivo, altra tradizione tutta italiana forte del successo di tanti superalcolici rigorosamente Made in Italy, primi fra tutti Campari, Aperol e il vermouth Cinzano.
E così i banconi dei bar sono diventati teatri di vere e proprie rivoluzioni alchemiche del mondo della mixology, dal Bellini dell’Harry’s Bar di Venezia al più recente Negroni Sbagliato del milanese Bar Basso. Custodi di usanze, retaggi e ricette, i bar all’italiana sono oggi i discreti protagonisti di una nuova tipologia di contenuti social dallo stile volutamente artigianale realizzati da influencer e fotografi, per lo più stranieri, che girano l’Italia alla ricerca dei più autentici testimoni di questa lunghissima tradizione, certamente cambiata sotto il peso di trend passeggeri e influenze internazionali, ma – fortunatamente – ancora dura a morire.





